Le memorie di Powerslide 3


1000 KM DI MONZA 1969

Se la memoria non m'inganna, era la 1000 km di Monza del 1969.
La sfida era Porsche 908L contro Ferrari 312P.
La casa tedesca ne schierava 4 (Jo Siffert/Brian Redman; Hans Herrmann/Kurt Ahrens, Jr.; Vic Elford/Richard Attwood e Udo Schütz/Gerhard Mitter).
La Rossa, 2 (Mario Andretti/Chris Amon e Pedro Rodriguez/Peter Schetty).

Il circuito era quello completo con tanto di sopraelevata e vedere le macchine arrampicarsi su quei "muri" ripartendo quasi da ferme dopo le chicanes, aveva un qualcosa di magico.
Come magica era stata la notte prima: i meccanici all'opera fin dopo le 3, con il pubblico "superstite" che li guardava ammirati gironzolando libero nei box. Già, perchè a quel tempo, a quell'ora, tutto era zona franca, tutto era concesso.

La pole era di Andretti, il terzo tempo di Rodriguez. Le prime sette posizioni in griglia erano appannaggio delle due sfidanti, con l'intrusione al quinto posto della Matra 630/650 di Johnny Servoz-Gavin/Jean Guichet.

Il mio posto era fortunato: la variante della prima sopraelevata, per cui vedevo passare due volte le vetture per ognuno dei 100 giri: alla chicane e sul rettifilo d'arrivo. A proposito: le uniche due varianti erano quelle prima dei "muri", altre non ne esistevano.

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Il giorno della gara, le tribune, i prati, le tribunette abusive, i cartelloni pubblicitari e financo gli alberi erano gremiti di pubblico. Ridevano, si sfottevano scherzando tra opposte fazioni, scommettevano lire contro marchi e mangiavano assieme mescolando birra a lambrusco e wurstel a porchetta. La lingua era una sorta d'esperanto, ma tutti si capivano.

Marione durò poco, chè dopo una trentina di passaggi il suo motore restituì l'anima al Drake. Per le speranze dei ferraristi restava Pedro che, dopo una sosta imprevista, inseguiva le Porsche con una cattiveria incredibile.

Dopo una sessantina di giri eccolo sfrecciare sul rettifilo verso il Curvone. Gli occhi dei tifosi fissi sui cronometri per misurare di quanto diminuisse il distacco dai "nemici", quando all'improvviso vedi la sua gomma posteriore destra andare in pezzi, esplodere. Non hai il tempo di pensare che lì si toccano i 300, perchè già vedi la macchina impazzita fare un paio di 360° per schiantarsi contro il rail esterno, impennarsi e ricadere in pista distrutta.

Postaccio per un incidente: per la velocità e perchè di postazioni vicine non ce ne sono. Postaccio per intervenire in un tratto di pista che non è il tuo. Poi vedi i colleghi dall'altra parte che entrano con le "gialle", ti senti protetto e, siccome sei il più vicino entri. In quel momento non pensi se stai rischiando, al limite, anche se non vorresti, l'unico pensiero che ti attraversa la mente è: come troverò il pilota, in che condizioni?

Poi vedi che si muove e che tenta di uscire dai rottami, un collega ti corre accanto con una gialla e il fiato torna. Pedro è in piedi, pallido come la neve, forse non troppo saldo sulle gambe, ma è in piedi. Ormai siamo in tanti. Lo prendiamo sotto le ascelle e l'aiutiamo ad attraversare la pista fino alla chicane.
Il pubblico, tutto il pubblico, lo applaude.
Il capoposto si alza e gli cede la sedia, un collega gli passa un mezzo litro d'acqua e Pedro l'ingoia in un secondo. La seconda bottiglia fa la stessa fine perchè l'adrenalina della paura mette sete. Tanta.

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Dopo neppure tre minuti è nornale, normalissimo e incavolato nero. Resta lì con noi per quasi un'ora, scuotendo la testa ed osservando la gara. Ci chiede se può sapere in che tempi girava. Noi restiamo perplessi, nel dubbio se abbiamo ben compreso. Il capoposto prende coraggio, chiama la Direzione e chiede.
La risposta ci mette più tempo ad arrivare di quanto non fosse servito a lui per riprendersi, ma è una risposta bella: 2' 48'' 1, record in gara e un decimo sotto la pole.

Ora Pedro sorride e dice: "Eravamo i più forti, peccato. Ma quando mi vengono a prendere?"

Di quel giorno mi resta un pezzetto in plastica rossa di un retrovisore della sua 312, tanta nostalgia e un velo di tristezza.

Ciao Pedro e grazie di tutto.