Le memorie di Powerslide 2


ENZO FERRARI

Fine Febbraio 1968. La Milano strana, quella che quando ti affacci dal sesto piano sembra che le Alpi ti entrino in casa, ma se guardi giù non vedi la piazza per la nebbia.
Prendo la macchina e vado al Poli. Non faccio in tempo a sedermi sul banco che subito circola la voce che la Ferrari sta andando a Monza per provare la nuova F1 con Amon. Al diavolo la lezione: la lezione s'impara sul campo.
Già sul viale che porta a Monza promette male: man mano che ti allontani dal centro la nebbia aumenta. Fra un po' si alzerà, speri, ed intanto t'infili gli occhiali con le lenti gialle che tieni nel cruscotto perchè ti han detto che così vedi meglio nella nebbia. Non è vero, ma che ti frega: l'importante è crederci e se ci credi, vedi.
Quando arrivo ai cancelli, l'autodromo è chiuso e il gabbiotto lo vedi comparire dal nulla quando sei ad una quindicina di metri.
- E' vero che aspettate la Ferrari?
- Sì, ma dovranno andarsene: sul circuito è ancora peggio.

Cinque minuti ed ecco arrivare la bisarca rossa, una bisarca che oggi farebbe ridere anche il più povero dei team di F3.
Borsari si affaccia e parla col guardiano. Non aspetta neppure un minuto e comincia a far manovra per andarsene.
- Borsari, salve! Niente da fare?
- Sembra proprio di no, si torna indietro.
- Programmi?
- Vediamo di girare a Modena.
Non ci vuole molto a decidere: primo bar, un paio di gettoni.
- Mamma, non torno per pranzo, c'è un'esercitazione di laboratorio.
Nel '68 tutto sembra bello, anche l'Autosole senza limiti di velocità. In effetti mancano anche i guardrails, ma chi se ne frega: non ti può mancare qualcosa cui non sei ancora abituato. Ci vuole più ad arrivare al casello d'entrata che a quello di Modena: casello-casello 58 minuti.
A distanza di quarant'anni non ricordo quanto ci misi a trovare l'autodromo, ma il fatto non lo ricordi mi fa pensare che non fu l'impresa più difficile di quella giornata.
L'autodromo di Modena, ricavato da un vecchio aeroporto, era già fatiscente all'epoca ed un nugolo d'incapaci giornalisti stava seviziando una Daytona blu. Mezz'ora e poi via verso Maranello.

maranello

Chiedo un paio di volte e mi danno l'indicazione giusta. Poi non è stato difficile perchè di frecce per Maranello ce n'erano dieci volte di più che non per Bologna. Ed ecco infine il cartello d'ingresso in città: dire che non ho provato un brivido sarebbe una bugia.
So che lo stabilimento è sulla provinciale e continuo a guardare alla mia sinistra nella speranza di vederlo apparire. Chissà perchè sono convinto che sia da quel lato. Nulla. Ma ecco che lo sguardo si posa sull'insegna di un ristorante: "Il Cavallino". Mi fermo ed adagio adagio volto lo sguardo a destra: tra una cancellata dipinta di verde ecco l'insegna di uno stallone rampante, uno spiazzo e, leggermente arretrato, l'ingresso ad arco quadrato dipinto in giallo. La scritta Ferrari sarà lunga dieci metri ed alta un paio. Mi fermo e resto lì come un ebete; delle auto dietro nessuna suona o mi fa i fari: hanno capito. Mi risveglio, faccio un segno di scusa e con un'inversione mollo la macchina nel parcheggio a pettine del ristorante, ma col muso in direzione dell'ingresso della fabbrica. Scendo e mi metto in contemplazione. Un'occhiata all'orologio: sono da poco passate le undici e mezza. Cammino un po' avanti e indietro, mi fermo a guardare le vetrine di un negozio. Vendono solo oggetti Ferrari: modellini, poster, piatti, libri, tute, zerbini e, forse, anche dei lavelli.

Torno a sedermi in macchina, fumo una sigaretta, poi esco, faccio due passi e rientro, senza però perdere mai di vista l'ingresso.
Spesso escono delle Ferrari guidate da uomini in tuta da lavoro: un pastore tedesco le insegue abbaiando per tutta la lunghezza della cancellata, poi, torna indietro e si accuccia. Altrettanto spesso il cane si alza di scatto e riprende la corsa lungo tutta la cancellata: pochi secondi ed ecco il rombo di una Ferrari che rientra, pochi istanti ancora ed eccola apparire da dietro la curva. Resto lì a vedere questa scena per più di un'ora. Io amo i cani, ma questo mi sembra proprio un rompicoglioni e pure rincoglionito di suo. Poi succede una cosa strana: arriva Angelo Moratti al volante della sua Iso Rivolta color oro (l'autista come sempre è rigorosamente dal lato del passeggero) e il cane resta immobile. Sto ancora riflettendo su quello che ho visto, quando una già anzianotta Maserati 3500 esce dal cancello. Il cane resta immobile. Un minuto ed ecco una 275 GTB: il cane riprende il suo inseguimento abbaiando e, questa volta, alla guida c'è un distinto signore. Di colpo capisco: Lupo (così l'ho ribattezzato nell'attesa) distingue il suono delle 12 cilindri e le considera cosa propria. Pochi minuti e mi devo ricredere: esce una Dino color arancio e Lupo l'insegue. Ora non so più cosa pensare: di certo mi pento di avergli dato del rincoglionito e mi rendo conto che, inconsapevole, anche lui contribuisce ad alimentare il mito Ferrari.

L'attesa. L'attesa di chi? Ovviamente del Drake: ogni giorno raccontano che mangia al "Cavallino", non rinuncerà mica oggi! Guardo l'orologio: è l'una passata da un pezzo, gente entra ed esce dallo stabilimento, ma di lui neppure l'ombra. Mi faccio coraggio ed entro nel ristorante: forse è arrivato prima, forse non l'ho visto o forse usa un ingresso laterale. Un cameriere mi viene incontro:
- Mi scusi, il Commendator Ferrari è già arrivato?
- Oggi ancora no, che io sappia.
- Ma viene tutti i giorni vero?
- Quasi, ma non tutti e non sempre allo stessa ora. Comunque il suo tavolo è sempre pronto! - aggiunge con sussiego, poi, vedendo il mio sguardo preoccupato, sorride e prosegue - Se avrà pazienza, sarà fortunato.

Torno ad osservare l'ingresso dello stabilimento e mentre Lupo insegue le "sue" auto ed ignora le altre, io mi preparo su cosa dire al Drake quando arriverà. Come lo chiamerò? Ho letto che lui gradisce essere chiamato Ferrari e basta. Troppo riduttivo, anche se ci aggiungo un "signor" davanti. Chissà se è il caso di chiamarlo Ingegnere: mi sembra di aver sentito che non gli piace perchè sa di non esserlo. Opto per Commendatore: non sarà il massimo, ma non credo possa aversene a male. Sì, commendatore può andare. E poi cosa gli dico? Non mi viene nulla, meglio non pensarci ed improvvisare. E poi, magari non arriva, oppure io lo saluto, lui mi fa un cenno con la testa e tira dritto. No, se ci penso vado in panico: quello che mi verrà da dire, se ne avrò l'occasione, dirò, sennò pazienza.

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Ma come sarà? Da quanto si legge mi aspetto un uomo alto, con un impermeabile bianco, i capelli bianchi e gli occhiali neri. E invece, all'improvviso eccolo: è un uomo alto, con un impermeabile bianco, i capelli bianchi e gli occhiali neri!
Attraversa la strada venendomi incontro: sembra che le auto si fermino per farlo passare.
Mani a spugna e salivazione azzerata. Restano pochi secondi per riprendermi: un respiro profondo ed inghiotto la saliva che non c'è.
- Mi scusi Commendatore .......
Lui si ferma e mi guarda, anche se ho l'impressione che mi stesse guardando già da prima.
- Dimmi figliolo.
E' alto, altissimo. In effetti è solo una decina di centimetri più di me: sono io che mi sento un nano! Mi si avvicina ancora di più, mi mette una mano sulla spalla e avvicina l'orecchio alla mia testa,inchinandosi un poco.
- Vede - farfuglio - stamane sono stato a Monza, ma c'era nebbia ....
- Lo so, figliolo.
- Allora Borsari, il signor Borsari, mi ha detto che avreste girato a Modena, ma c'erano i giornalisti che provavano la 365 GTB e ............
- Vedi figliolo, dispiace più a me che a te che oggi non si sia potuto provare la formula uno, però tu hai fatto tanta strada per venire a vedere le mie macchine: entra e dì che hai il mio permesso di visitare il Reparto Corse. - e così dicendo mi scompiglia i capelli con la mano.
- Grazie Commendatore e.... e.... e buon appetito!
- Anche a te! A proposito hai mangiato?
No, ma faccio sì con la testa e aggiungo:
- Grazie, grazie di tutto!
- Grazie a te per la visita.
Si volta ed entra al Cavallino dove già da cinque minuti due camerieri gli tengono aperta la porta.

Entro, arrivo alla portineria e gonfio il petto:
- Il Commendator Ferrari mi ha detto che posso visitare il Reparto Corse!
- E quando gliel'avrebbe detto?
- Adesso, mentre stava entrando al ristorante qui di fronte!
Quello mi guarda strano e mi fa:
- Si accomodi nel salottino ed attenda.

Il salottino è un bugigattolo di legno e vetro ricavato nell'atrio: un tavolino e due poltroncine mezze sfondate completano l'arredamento. L'anticamera di un posto di Pubblica Sicurezza, oggi sarebbe più elegante. Mi seggo guardandomi attorno: sul tavolino c'è un quotidiano. Sul bordo del quotidiano qualcuno, con una matita, ha schizzato la sagoma di una camma con tanto di quote. Le misure sono delimitate da frecce e non da sbarrette: ciò che distingue un ingegnere da un architetto, penso e dentro di me rido.
Il tempo passa. Ci fosse ancora Lorenzo, penso, e mi viene un nodo in gola!
Dopo più di un'ora, probabilmente il tempo del pranzo del Drake per poter verificare quanto avevo detto, entra un signore in camice bianco.
- Venga, mi segua. - l'aria un po' seccata di chi deve svolgere un compito che non gli compete e di cui avrebbe fatto volentieri a meno.
- Grazie! - faccio io sorridendo per tentare d'ingraziarmelo.

Il Reparto Corse, o perlomeno quel po' che mi viene mostrato, è un corridoio lungo e non troppo largo.
Alla mia destra si affacciano senza soluzione di continuità delle stanze quadrate di un quattro metri per quattro, con la parete che dà sul corridoio in vetro poco smerigliato: s'intravvedono un paio d'operai per stanza intenti al lavoro.
A sinistra tre vetture parzialmente smontate: due F2 o Tasmania e una Can-Am. Di F1 o Prototipi neppure l'ombra. Alle loro spalle, ampi finestroni danno sul cortile interno. Tento di guardar fuori, di vedere se il cortile è veramente in terra battuta, se può essere vera la leggenda che lì Ferrari facesse seppellire ciò che restava delle macchine della stagione precedente, dopo averle cannibalizzate di tutto quello che potesse essere riciclato sulle nuove. I vetri sono sporchi e non si vede quasi nulla. Anni dopo ho chiesto, la risposta migliore me l'ha data Forghieri:
- Può darsi, ma nessuno si è mai sognato di scavare. Tu scaveresti in un cimitero? Anche le auto meritano rispetto! - in questo Mauro la pensa esattamente come Ferrari.

Fine della visita e poi via verso casa. Mille emozioni e il rimpianto di non aver visitato il Reparto Produzione: io non ho avuto il coraggio di chiedere e il mio accompagnatore s'è ben guardato dal propormelo.

Ovviamente quella fu l'unica volta che Ferrari mi passò una mano tra i capelli, anni dopo, semmai, me li pettinava a suon di urli.

ristoranteilcavallino

Un giorno però gli dissi:
- Lei certamente non può ricordarsene, ma io, anni fa, l'ho fermata davanti al ristorante ...........
- Lei è quel ragazzo che venne a vedere le mie macchine perchè c'era nebbia a Monza! - le labbra increspate da un sorriso, gli occhi imprescrutabili dietro le lenti scure.
Io restai a bocca aperta, riuscendo ancora a stupirmi di quanto spesso lui riuscisse a stupirmi.
- E quel giorno era digiuno. Vero, ingegnere?
Ed io feci sì con la testa e, forse, gli occhi mi divennero lucidi.
- Tranquillo, non s'è perso nulla, al massimo avrei chiesto di portarle un tramezzino, non l'avrei certo invitata a pranzo con me! Certo, fosse stata una bella ragazza ........... - e scoppiò a ridere anche con gli occhi nascosti dietro le lenti scure.

Non era certo uno stinco di santo, ma, come direbbe lui: io gli volevo bene.