I racconti di Pedro - 4° parte

DAGLI APPENNINI AL MESSICO

Dagli Appennini al Messico

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Accanto a tanti campioni ed episodi ad essi legati, fino dalle primissime edizioni venne prepotentemente fuori la caratteristica più vera della "Mille Miglia", quella che realmente avrebbe contribuito a renderla unica: accanto ai bolidi dei Nuvolari, dei Campari, dei Caracciola prendevano il via e si impegnavano in lotte furibonde anche piloti della porta accanto, con normali auto da turismo.
Ancora nel '30, per esempio, al 42° posto assoluto e vincitore della categoria VU (vetture utilitarie) si piazzano Carlo Mazza e Riccardo Pezzoni con una Fiat 514 Spider, precedendo di poco Franco Spotorno e Ghiringhelli su una macchina analoga.
Il risultato è importante, la Fiat 514 è infatti un'auto da turismo e precede in classifica generale auto da corsa come l'Alfa Romeo 1500 SS e la Maserati 26 e riesce a concludere la corsa in meno di 24 ore.
Ma non è il solo caso.
Per trovare il più clamoroso, forse, occorre però arrivare al '53.
La Corsa incorona per la seconda volta Giannino Marzotto, ma la lotta più appassionante è nelle retrovie e l'accendono quattro giovanotti che all'epoca sono dei perfetti sconosciuti: i fratelli Guido e Carlo Mancini, Fabrizio Serena e Walter Piccolo.
Guidano due Fiat 1100/103 che partono a tre minuti di distanza l'una dall'altra, alle 23:46 quella di Serena-Piccolo, alle 23:49 quella dei fratelli Mancini ed ingaggiano una lotta che durerà, sul filo dei secondi per ogni metro dei 1512 Km di quell'edizione, la più corta della storia della Mille Miglia.
Alla fine, dopo oltre 14 ore di corsa, Guido Mancini la spunta per 16" (!), e i giovani piloti conquistano, giustamente l'attenzione degli sportivi.
E non solo.
Quello è un anno importante per la storia delle corse.
E' stato infatti per la prima volta il Campionato Mondiale Sport, che si articola su sei prove: Sebring, la Mille Miglia, le 24 Ore di le Mans e Spa, il Tourist  Trophy e, infine la Carrera Panamericana.
Alla vigilia della decisiva ultima prova, la Carrera,  la Jaguar è in vantaggio sulla Ferrari di un punto, ma la casa inglese ha deciso di disertare la grande corsa messicana.
Ferrari tentenna, non vuole accollarsi l'onerosa trasferta, ma non vorrebbe nemmeno lasciare il titolo agli inglesi, e riesce, al solito, a prendere due piccioni con una fava.
Le "Cartiere Ricci", importante azienda del bolognese produttrice fra l'altro dei sacchetti di carta marrone che in quegli anni '50 erano lo standard per il commercio di alimentari, attraversava un periodo difficile e affidò le sue fortune ad un affare azzardato, ma che se fosse andato a buon fine avrebbe potuto raddrizzare le sorti dell'azienda.
Ricci avrebbe comprato da Enzo Ferrari le "375" che avevano disputato il Mondiale, le avrebbe fatte correre come sponsor alla Carrera (con l'aiuto logistico di Chinetti) e poi le avrebbe rivendute sul mercato americano guadagnando una cifra notevole, specie se le Ferrari avessero vinto la Carrera.
Naturalmente l'esposizione finanziara dei Ricci era notevole e fu deciso di puntare su un solo pilota di fama, Umberto Maglioli, amico, allievo ed erede di Giovanni Bracco di cui era concittadino, e di far correre le altre tre auto "in appoggio" affidandole a piloti giovani e, di conseguenza, poco cari.
Ferrari forse si ricordò dei due giovani leoni che avevano lottato così bene alla Mille Miglia con le Fiat 1100, o forse fu solo una coincidenza, ma una delle poderose Ferrari 375 MM, un mostro col motore V12 di 4 litri e mezzo, capace di erogare 310 CV venne affidata proprio alla coppia Guido Mancini - Fabrizio Serena.
Le altre due andarono una a Stagnioli-Scotuzzi e l'altra a Mario Ricci.

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Fu una gara tragica la "Carrera" del '53: Felice Bonetto, con la Lancia D24 morì nell'attraversamento del  paese  di Silao, e prima di lui avevano incontrato la stessa sorte proprio Stagnioli e Scotuzzi, cui era dechappata una ruota ad oltre 260 Km/h.
Alla fine le "Cartiere Ricci" conquistarono tre vittorie di tappa con Maglioli passato al volante dell'auto di Mario Ricci dopo che la sua era stata costretta al ritiro, ma soprattutto grazie ai punti conquistati da Mancini e Serena, terminati al quarto posto assoluto nella gara dominata dalla Lancia con tre auto ai primi tre posti  (Fangio, Taruffi e Castellotti), la Ferrari sorpassò la Jaguar e vinse il titolo.
Serena e Mancini furono regolari, conquistarono un terzo ed un quarto posto di tappa poi si mantennero costantemente nei primi dieci ed alla fine portarono a casa anche la pelle oltre che i punti, traguardo questo non trascurabile. Dopo la "Carrera" Mancini vinse anche qualche corsa per rimpinguare col montepremi la casse della spedizione di Ricci e vendere al meglio le Ferrari in Messico e negli Stati Uniti.
Fabrizio Serena di Lapigio, anni dopo sarebbe diventato presidente della CSAI.