I racconti di Pedro - 4° parte

IL GIORNO DEI GIORNI

Il giorno dei giorni /1
Nella storia della Mille Miglia è ovvio che, accanto alle note di costume, sia sempre protagonista la velocità.
Dai 77,238 Km/h della prima edizione, già nel 1930 viene superata la "soglia psicologica" dei 100 Km/h.
Ci riesce Tazio Nuvolari in coppia con Giovan Battista Guidotti.
Tazio, che sta diventando un mito anche sulle quattro ruote, dispone di una macchina eccezionale , perfetta per quel tipo di gara: l'Alfa 6C 1750 compressore, l'ultima evoluzione dell'auto già vittoriosa nelle due precedenti edizioni con Campari.
Di un'auto identica dispone anche Achille Varzi, campione di stile, forse uno dei più completi e raffinati piloti di ogni epoca, e già fra il mantovano volante e l'asso di Galliate si annuncia una rivalità avvincente.
I due, infatti, nonostante pilotino entrambi l'ultimo modello dell'Alfa Romeo e siano compagni di squadra nell'Alfa Corse corrono entrambi per vincere, in questo assecondati anche dalla superiorità del loro mezzo.
Per la prima volta si presenta al via anche la "Scuderia Ferrari" fondata a Modena da Enzo Ferrari, ex pilota dal carattere impossibile e dalle idee immense.
Dispone di auto identiche (almeno sulla carta) a quelle di Varzi e Nuvolari, affidate a Scarfiotti, Caniato  e Tadini, che ancora non espongono sul cofano il simbolo destinato al mito: un cavallino rampante nero su fondo giallo.
(continua)

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(segue)
La gara è subito avvincente.
Varzi parte dieci minuti prima di Nuvolari, ma la prima parte della corsa, fino a dopo il primo passaggio per Bologna, è dominata da un altro futuro asso dell'Alfa Corse, il romagnolo Luigi Arcangeli che corre per la Maserati.
Arcangeli, come Nuvolari e Varzi, è stato un asso delle due ruote, se possibile ancora più ardimentoso e focoso del mantovano volante del quale forse non possiede la lucidità agonistica.
Lo hanno soprannominato Gigione, per la sua corporatura che, accanto a quella di Nivola sembra imponente.
Proprio per la sua generosità chiede troppo ai freni della sua "Tipo 26" che lo tradiscono sull'Appennino toscoemiliano, esce di strada e la sua Mille Miglia finisce.
Restano al comando Nuvolari, in vantaggio, e Varzi che però precede ancora il mantovano lungo il percorso essendo partito prima.
Varzi è impeccabile, ma Nuvolari continua a guadagnare e come d'incanto ecco l'episodio più leggendario della storia dell'automobilismo eroico.
Poco dopo Padova e prima del bivio per Venezia(*), che quell'anno veniva sfiorata dalla corsa,  Nuvolari e Guidotti scorgono davanti a loro la sagoma dell'Alfa di Varzi.
Le due Alfa Romeo procedono per un po' l'una in vista dell'altra, Canavesi, il meccanico di Varzi si volta, la distanza è ancora cospicua. Forse Varzi accelera l'andatura.
Giovan Battista Guidotti racconta allora che Nuvolari aveva spento i fari per far credere a Varzi che si era fermato e indurlo a rallentare ormai certo della vittoria.
Correndo a fari spenti Nuvolari si era avvicinato al rivale  e poi aveva addirittura sorpassato Varzi, sorpreso, che cavallerescamente aveva a quel punto ceduto la strada con un saluto.
Su questo episodio si è scritto molto, anche una parte della leggenda di Tazio Nuvolari.
Molti hanno confutato le parole di Guidotti osservando che a quell'ora i fari erano inutili perchè già era sorto il sole.
Probabilmente hanno ragione questi revisionisti, ma perchè toglierci il gusto del mito ?

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(*) anche il luogo del leggendario fatto non è univocamente riconosciuto: questa è una delle ipotesi, forse neppure la più accreditata.

Il giorno dei giorni /3
(continua)
Quella Mille Miglia del 1930, si è detto, fu anche al corsa di Gigione Arcangeli.
Gigione è un romagnolo sanguigno, coraggioso sulle due ruote,  che è stato portato a correre in auto da un altro grande del tempo, il mio quasi compaesano Emilio Materassi.
Materassi l'aveva chiamato, un paio d'anni prima, a far parte della "Scuderia" che aveva fondato  rilevando la squadra corse della "Darracq-Talbot". Purtroppo Emilio era morto quello stesso anno, il 9 settembre del 1928, nel tragico incidente nel Gran Premio a Monza, che costò la vita anche a numerosi spettatori.
La "Scuderia Materassi" aveva vissuto momenti difficili, anche poco documentati, Brilli-Peri aveva continuato il lavoro iniziato da Emilio di cui era fraterno amico, ma poi Arcangeli era passato alla Maserati.
Un bel tipo, Gigione.
Correva spesso con un cappello di paglia, di quelli dei contadini delle sue parti sulla cui fascia c'era scritto "Io, Forlì e il Mondo", era infatti innamorato della sua città.
In quella Mille Miglia, a Bologna era in testa, sulla Raticosa mantenne il vantaggio, nonostante a inseguirlo fossero campioni del valore di Varzi, Nuvolari e Campari, gente difficile da trattare ed oltretutto dotati di auto forse superiori.
Uscì di strada in qualche punto fra la Raticosa e la pianura del basso Mugello.
Non sono riuscito a determinare il luogo esatto in cui Gigione terminò la sua corsa.
Probabilmente fu nel tratto fra il Passo della Futa e la località chiamata Monte di Fo, poco prima dell'abitato di Santa Lucia, in quel tratto di strada, percorso in discesa in quella edizione, che dalla mie parti viene chiamato "Le scalette", un tratto ripido con una serie di curve strette, alternate a qualche tornante.
In una di quelle Arcangeli rimase senza freni e volò fuori strada, cavandosela con un bello spavento.
La sua grande corsa non passò inosservata, l'Alfa Corse lo chiamò subito.
A Monza, nelle prove del Gran Premio dell'anno successivo, Gigione dispone dell'Alfa Tipo A, V12 ottenuto accoppiando due motori V6 da 1750 cc, macchina non facile, ma dalla quale si aspettano tutti molto.
Arcangeli cercò di cogliere l'occasione della vita, ma il destino dispose diversamente, la sua Alfa uscì a Lesmo (mi pare) e per Gigione non ci fu scampo.
Il suo funerale fu un avvenimento epocale.
Quand'ero un ragazzo, qualche vecchio romagnolo malato di "mutor" che incontravi magari al mercato, lo ricordava ancora.
Me ne ricordo uno. Avrà avuto fra settanta e ottant'anni, ma da Forlimpopoli scendeva nel Mugello ancora in moto e parlava volentieri di corse, ma soprattutto amava raccontare di aver conosciuto Arcangeli e tutte le volte finiva per raccontarne la storia.
-"Un dispiasé che a Furlé un'inera sté"- (un dolore così a Forlì non c'era mai stato), con queste parole  concludeva il racconto del funerale che ogni volta aveva più persone, più campioni, più auto, più soldati.
L'unica costante erano gli occhi lucidi che nascondeva soffiandosi il naso con "la pezzola".
Avrò sentito raccontare questa storia decine di volte, ma nessuno che mi abbia mai saputo dire dove uscì quella volta Gigione Arcangeli, dopo il Passo della Futa.
"Era veloce come il vento"- diceva qualcuno -"il leone di Romagna"