I racconti di Pedro - 3° parte

 

SERIE CAN-AM: WATKINS GLEN 1970

Dopo un po' di silenzio (ma tutto il Forum appare in letargo non solo questo 3D... evidentemente aspettiamo la primavera) torno con un altro racconto che potrebbe, visto l'argomento, sembrare fuori tema.
Quando l'ho scritto, mesi fa, Teddy Mayer era ancora fra noi.
Per dire la verità non mi ricordavo più di averlo scritto, l'ho ritrovato un po' per caso mettendo a posto il materiale su una pen-flash e mi sono accorto che si parla anche di lui, che anche Teddy ha una parte in questa storia di soldi e fegato che si svolge al Glen, proprio dove c'eravamo lasciati l'ultima volta, solo un giorno prima...

Allora è inevitabile dedicarla, questa storia, a Teddy Mayer.
Buona lettura.



Money's money

Money, money, money
Must be funny
In the rich man's world.
Money, money, money
Always sunny
In the rich man's world.
-ABBA - Money, money, money  - 1976


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Quel fine settimana del luglio 1970 a Watkins Glen fu impegnativo per molti.
L'11 luglio, un sabato, c'era stata la gara valida per il Mondiale Marche, la "6 Ore", ed il giorno dopo era in programma il vero evento "clou" di quel week-end motoristico: la gara valida per il trofeo Can-Am.
Una gara che il pubblico americano sentiva molto più sua e godeva dell'appoggio di sponsor decisamente più munifici di quelli del Mondiale Marche, sponsor che avevano decisamente allargato i cordoni della borsa per consolidare la supremazia del campionato nordamericano nei confronti di qualsiasi altra gara.
Era, infatti, anche uno scontro di culture, di modi di concepire le corse e di costruire le automobili, il solito "nothing better than cubic inches" contro la raffinata meccanica europea dei motori frazionati, delle doppie accensioni e delle iniezioni dirette.
I 70.000 spettatori che affollavano il percorso infatti erano testimoni di un evento senza precedenti: per la prima volta, le imbattibili McLaren sarebbero state affrontate dalle auto che dominavano in Europa, le Porsche 917 K.
Richie Ginther, che rappresentava la casa tedesca negli USA, insisteva da tempo per un impegno continuativo della Porsche nella Can Am, soprattutto con la nuova Porsche 917.
L'anno prima aveva convinto la Porsche-Audi ad iscrivere il modello spyder a Mid-Ohio e Siffert aveva fatto la sua figura: quarto, ma ad un giro dalle McLaren di Hulme e dello stesso McLaren.
Un impegno saltuario, quasi simbolico, ma Ginther aveva però strappato la promessa che l'anno successivo, almeno a Watkins Glen, la Porsche avrebbe partecipato in forze.
E la Porsche aveva mantenuto la promessa.
Sulla linea di partenza si allineavano tre Gulf-Porsche 917, per Rodriguez, Siffert e Redman (Kinnunen era stato appiedato dopo la prova deludente nella 6 Ore del giorno prima), altre due iscritte dalla Porsche-Audi (erano quelle della Salzburg KG) per Attwood e Elford e una della Martini Racing per Gijs Van Lennep.
Wyer e Yorke si erano in un primo tempo opposti: avrebbero dovuto schierare le stesse macchine reduci dalla 6 Ore più il muletto, ed oltretutto le 917K avevano, per regolamento, il serbatoio limitato a 120 litri, quantità di carburante che le avrebbe costrette, contrariamente alle McLaren, ad una sosta obbligatoria per il rabbocco necessario a coprire gli oltre 320 Km di distanza, riducendo così quasi a zero le possibilità di successo.
Il monte premi in gioco ed il solo premio di partenza li aveva però convinti rapidamente a rischiare una brutta figura.
I soldi non avevano convinto solo Wyer e Yorke, perfino Sir Jackie Stewart era stato lusingato dai dollari promessi a profusione ad aveva accettato di partecipare con una delle auto più avveniristiche di tutti i tempi: la Chaparral 2J, subito ribattezzata "l'aspirapolvere" per i due grossi "aspiratori" che avevano il compito di creare una depressione nella parte posteriore della vettura  con un effetto deportante che, in pratica, anticipava di diversi anni l'effetto suolo.
Anche questa curiosa auto da corsa, ideata dal genio di Jim Hall, era attesa alla prova delle imbattibili McLaren.
Definire imbattibili le McLaren non era un'esagerazione:da Elkhart Lake del '68, avevano conquistato diciannove gare consecutive, e delle ultime ultime venticinque ne avevamo persa una soltanto.
Denis Hulme aveva vinto undici volte, Bruce McLaren nove, Gurney due, non si poteva neppure dire che agli avversari erano rimaste le briciole, perché non ce n'erano state.
John Surtees, l'unico ad aver vinto a Las Vegas nel '67 con la Lola aveva approfittato del fatto più unico che raro che entrambe le McLaren avessero rotto il motore.
Questo era l'avversario che la Porsche si trovava di fronte.
Purtroppo da poco più di un mese, Bruce McLaren, l'uomo che aveva creato quelle auto formidabili non c'era più.

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A Goodwood, provando una delle nuove M8D che avrebbero difeso (e riconquistato) il titolo Can Am nel '70, era stato tradito da un guasto banale trasformatosi, con la componente decisiva della sfortuna, in una trappola mortale: a oltre 270 Km/h il cofano motore, forse a causa della rottura dei sistemi di bloccaggio, o per la fatale disattenzione di un meccanico, si era spalancato rendendo la vettura incontrollabile.
Il bolide era uscito di pista centrando in pieno una costruzione di mattoni che durante la stagione delle corse serviva da rifugio per i commissari di gara, se fosse uscito di strada pochi metri prima o pochi metri dopo, con ogni probabilità Bruce McLaren se la sarebbe cavata solo con un bello spavento.
Nonostante la tragica scomparsa del patron, sostituito da Teddy Mayer alla guida del team, le McLaren non avevano smesso di gareggiare.
Teddy Mayer era la novità: un avvocato esperto di diritto finanziario alla guida di un team, decisamente un qualcosa di mai visto, specialmente nel mondo della CanAm .
Piccolo, impacciato era stato costretto a lasciare le quinte per il palcoscenico, lo aveva fatto per aiutare la moglie di Bruce, per salvare la creatura che Bruce aveva costruito: la McLaren Cars.
All'epoca non c'erano sponsor miliardari, le McLaren avevano la livrea giallo-uovo e un bilancio dove contavano anche gli spiccioli, i soldi per lo più arrivavano dai successi in Can Am che da soli rappresentavano la maggior parte degli introiti, e Teddy che non capiva nulla di pistoni e cilindri, ma molto di soldi si era subito messo in moto per far sì che le McLaren continuassero a vincere e alimentare così le anemiche casse.
La regola era semplice e lui l'aveva capita subito: o si vince o si chiude.
In quel mondo Teddy sapeva anche un'altra cosa che per vincere occorrevano, oltre che a buone macchine, grandi piloti.
Teddy si era mosso subito ed aveva ingaggiato in quattro e quattr'otto Dan Gurney che non l'aveva deluso vincendo subito le prime due prove del Campionato, così che il denaro aveva ripreso a scorrere ed alla McLaren Cars avevano potuto tirare il fiato.
Anche per Watkins Glen la musica si annunciava la solita: Hulme e Gurney in prova avevano mostrato una netta superiorità ed occupavano interamente la prima fila, mentre le attese Porsche 917K erano nettamente staccate e si schieravano nelle file di mezzo: Elford 9°, Rodriguez 10°, Redman 11°, Siffert 12°, Attwood 15° e Van Lennep 17°.
Stewart ed il suo "aspirapolvere" si erano fatti onore: partivano in seconda fila col terzo tempo.
Quella, però, fu la gara di Jo Siffert.
Eliminato Pedro Rodriguez dalla rottura di una biella nella prima parte della corsa, Siffert sembrò come liberato dall'ingombrante presenza del compagno-rivale ed iniziò una grande rimonta.
Molte volte si dice di un pilota che quella gara o quell'altra sono state "la più bella della sua carriera", quella volta al Glen non so dirvi se Jo Siffert fece davvero la sua migliore gara, ma se ne aveva o ne avrebbe, in seguito, fatte di migliori una cosa è certa: doveva essere andato molto, ma molto forte.
Quella volta sfruttò al massimo le doti della sua auto, inferiore come potenza alle McLaren, e non solo a quelle, e approfittò magistralmente delle difficoltà proposte dal tracciato il cui asfalto, dopo la disputa della 6 Ore, era in condizioni almeno "difficili".
All'uscita delle curve le McLaren avevano difficoltà, la superficie della pista si stava letteralmente sbriciolando e il poderoso V8 Chevrolet da 7600cc con il blocco in alluminio, capace di oltre 700HP, non faceva sconti costringendo Hulme e Gurney a equilibrismi sempre maggiori per tenere sul tracciato i loro bolidi giallo-uovo.
Jo Siffert, mentre i suoi avversari erano costretti a rallentare, al contrario girava sempre più veloce: preciso, puntuale, ma sempre al limite, arrivò a insidiare addirittura la prima posizione di Hulme, ma venne una prima volta attardato da un'escursione fuori pista in una delle poche curve con una via di fuga ("Visitò mezzo stato di New York"- racconterà Wyer nelle sue memorie), poi, ritornato nuovamente in contatto con Hulme, fu costretto a fermarsi per l'inevitabile rabbocco.
Nonostante queste disavventure Jo Siffert finì secondo a pieni giri, a soli 28" dalla McLaren di Hulme.
Tutti gli altri avversari erano staccati di almeno due giri e il campione svizzero, dopo molte amarezze negli ultimi scontri in pista con il suo irriducibile rivale messicano, poteva ora prendersi una gustosa rivincita: arrivando secondo nella Can Am aveva intascato un premio molto più ricco di quello riscosso, appena ventiquattro ore prima, da Pedro Rodriguez per la vittoria nella 6 Ore.
Poiché la parola "premio" si traduceva in soldi ed i soldi erano un argomento sul quale aveva pochi rivali, Jackie Stewart non si era fatto sfuggire quello per il giro più veloce.