IN RICORDO DI BRUNO DESERTI

Citazione di: "Pisy"

Avete accennato anche a Bruno Deserti, altro promettente pilota italiano degli anni '60. Purtroppo anche per il lui il destino è stato infame e l'ha rapito prima che potesse dimostrare il proprio valore. Lessi, tempo fa, un'intervista a De Adamich dove parlava dell'incidente, erano le prove private Ferrari a Monza prima della 24 ore di Le Mans del 1965. Uno schianto al Curvone e il seguente tremendo rogo non lasciarono scampo al giovane Bruno. Agghiaccinati le parole di De Adamich, che dai box, non senti più il rombo del motore della vettura di Deserti e con i meccanici andò sul luogo dell'incidente per ribaltare la vettura e vedere il povero Bruno carbonizzato. Sono di Bologna e meritava questo ricordo un mio concittadino.


Il povero Deserti (come Patria) era davvero uno "speciale", velocissimo nelle piccole sport.
La sua tragica fine ha alimentato anche una scia di polemiche che si è spenta via via che i testimoni di quell'epoca sono usciti di scena.
In effetti l'incidente avvenne in una sorta di test (ma potrebbe essere chiamata "riffa") organizzata a Monza dal DS della Ferrari Eugenio Dragoni per scegliere fra vari giovani piloti uno cui affidare il sedile di una Sport 4000 per la 24 Ore di Le Mans.
In pratica (questo l'ho letto su "Benzina e cammina", ma me l'ha raccontato anche Vaccarella) era stata organizzata una simulazione della 24 Ore a Monza alla quale erano stati invitati giovani emergenti che venivano provati assieme alle prime guide: c'erano De Adamich. Biscaldi, Deserti, ma anche Vaccarella, Bandini, Scarfiotti.
Il confronto era crudele e pare che si fosse sparsa la voce della presenza del Drake in persona (ma su questo tema Vaccarella ha glissato, non se lo ricordava) cosa che aveva creato un clima da Giorno del Giudizio.
Il Professor Vaccarella mi ha raccontato che Bruno uscì durante suo primo (o comunque uno dei primissimi) giro, e non ebbe scampo nel rogo terribile che si scatenò all'istante.
Fra i primi soccorritori vi fu Lorenzo Bandini.
Le cause dell'incidente risultarono da subito misteriose: l'errore umano fu subito accreditato come la più probabile.
Certo è che a contribuire all'incidente non deve essere stata estranea la feroce competizione fra ragazzi che intravedevano il sogno di correre a Le Mans con una macchina vincente (la Ferrari P2, quell'anno dominò il Mondiale) e il fatto di doversi misurare oltre che col cronometro anche con il piede pesante di assi delle vetture sport come Vaccarella e Bandini.
Fra le voci che giravano (e che Delli Carri ha riporatato sul suo libro) c'era anche quella che Deserti avesse difficoltà ad adattarsi all'abitacolo (ricordiamoci che a quella prove partecipavano anche De Adamich molto più alto di lui...e forse Parkes che era un gigante). Bene quando venne il suo turno si raccontava che gli avessero messo un cuscino di gomma piuma sul sedile per farlo arrivare alla pedaliera.
Che tristezza e che rabbia, amici, dover sempre parlare di ragazzi di vent'anni morti per una passione che all'epoca era davvero in mano a persone che tenevano in conto molto relativo la vita umana.
Se riesco vedo di postare il ricordo che l'Annuario Ferrari 65 dedicò al povero Bruno.

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Citazione di: "eddiesachs"

Borsari e De Agostini in "La Ferrari in tuta" parlano abbastanza diffusamente dell'incidente. Se ricordo bene, nel libro si dice appunto che si trattava di una 24 Ore simulata e che l'incidente avvenne a sera inoltrata, pochi giri dopo che Deserti aveva preso il posto di De Adamich e stava girando su tempi un poco più alti di quest'ultimo. Borsari afferma anche che Ferrari fosse presente e che si sia recato sul luogo del disastro. Se ne andò quando capì che non c'era più nulla da fare. Rimase lì Borsari e forse anche Bandini, che in un primo tempo aveva sperato che Deserti fosse stato sbalzato fuori dall'abitacolo. Tra le cause, Borsari accenna al probabile scoppio o cedimento di un pneumatico.
Chi ha il libro di Borsari può controllare e verificare se, citando a memoria, ho sbagliato qualcosa.
Se non erro a Le Mans ci andò la coppia Casoni / Biscaldi (sono sicuro su Biscaldi, su Casoni no), ma la loro P2 fece poca strada.


Citazione di: "Powerslide"

Quel giorno ero a Monza con due compagni di classe. Uno di loro era ripetente e quindi aveva già la patente e la macchina. Ricordo che era una FIAT 600.
Per fortuna lasciammo l'autodromo nel primo pomeriggio per non far capire in casa che avevamo marinato la scuola.
Dopo cena, al telegionale dettero la notizia della tragedia di Deserti: restai di sasso.

Il giorno dopo andammo al garage di Bandini. Lui non c'era ma parlammo con Valli, il mitico carburatorista, cui Lorenzo aveva raccontato l'accaduto.
L'incidente avvenne in pieno rettilineo, circa un paio di centinaia di metri prima l'ingresso del Curvone. La Ferrari si era spostata verso sinistra, toccata l'erba si era intraversata e, complice un avvalamento per lo scolo dell'acqua piovana, aveva capottato prendendo subito fuoco.
Le ipotesi erano un cedimento della sospensione o, meno probabile, lo scoppio di un pneumatico poichè non c'erano segni sull'asfalto di una gomma afflosciata.

Un dubbio che Lorenzo espresse a Valli fu che Bruno avesse distolto lo sguardo dalla strada per gettare un'occhiata alla leva del cambio: più o meno in quel punto si sale dalla 4^ alla 5^


Come promesso "posto" l'articolo comparso col titolo "ricordo di Bruno" sull'Annuario Ferrari '65 a firma Enzo Ferrari e la foto  a colori ed a tutta pagina (cosa eccezionale per gli standard tipografici delle pubblicazioni Ferrari dell'epoca...) di Bruno Deserti che lo completava.
In passato ho avuto diversi scambi d'idee con altri appassionati sul fatto che l'articolo fosse "a firma" del Drake (ma scritto dal solito Gozzi) o "scritto" davvero da lui.
Ognuno può farsi la sua idea dopo averlo letto.
E' un pezzo intriso di un lirismo tragico, per non dire mistico, che quasi si compiace dell'inappellabilità del destino, oggi , un pezzo del genere per ricordare un giovane pilota scomparso, sarebbe improponibile.   
Un'ultima osservazione: il titolo, quasi confidenziale, come se per una volta il Grande Vecchio decidesse di ridurre la distanza fra sé ed il mondo.
Non so a quanti altri piloti (fino a Villeneuve) sarà riservata questa familiarità, decisamente inconsueta anche se postuma.

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ricordo
di
Bruno


Era una normale prova prevista dall'impegno più importante dell'anno, la corsa della 24 Ore di Le Mans, che io ho sempre definito « la corsa della verità ", ed eravamo a Monza. Il collaudo, così come era stato fatto l'anno scorso sulla pista dell'Alfa Romeo a Balocco, consiste nel sottoporre una vettura ad una prova ininterrotta di 24 ore: la vettura si ferma soltanto per i rifornimenti e i piloti si alternano alla guida, allenandosi e perfezionandosi in quella « fusione" col mezzo meccanico che ho sempre ritenuto elemento fondamentale per risultati validi.
C'era nel box un'atmosfera di calma, di scanzonata noia per la routine che si stava svolgendo. Unica preoccupazione: le condizioni del tempo, che facevano presagire una nottata burrascosa, pesante per chi avrebbe dovuto “tirare" fino alle 8 del mattino successivo. Si fermò De Adamich, la vettura fece rifornimento. Ingoiò 140 litri di carburante. Dragoni cercò Baghetti, ma Baghetti non era pronto. Fu allora che il ragazzo si sentì battere su una spalla.
In un attimo indossò il casco, scivolò al posto di guida, mise in moto, salutò con un cenno, via.
Si allontanò così da noi, trepido e festoso, e andò a incrociare il suo destino.
Non lo conoscevo a fondo; gli ho parlato tre volte, e non ci fu mai tempo per una vera conversazione. Ma Dragoni mi parlava spesso di Lui; dagli altri ne conoscevo la passione, il temperamento, la capacità, le possibilità, la fine educazione.
Era venuto a Maranello con Biscaldi, poco tempo prima, all'indomani cioè di quel comunicato stampa che annunciava. il suo invito alle prove di Le Mans, come Biscaldi, come Baghetti. Mi voleva ringraziare. Quel giorno non lo vidi; evitai di riceverlo perché intuivo lo stato d'animo di quel momento per averlo vissuto anch'io, tanti anni fa. Sapevo di quale cumulo di sentimenti diversi era prigioniero; commozione, gratitudine, esaltazione: non volevo accrescere niente di quanto era già in Lui. Non volevo che provasse soggezione, né che si impegnasse con nessuna parola, sulle ali dell' entusiasmo, per future clamorose imprese, quasi ad anticipare la fiducia che era stata posta in Lui. Conoscevo tutto questo: io ho vissuto questi momenti.
Preferii apparire scortesemente occupato pur di non esaltarlo, così come mi ero montato io a suo tempo, in un modo che a me parve bello e terribile insieme, e tanto intenso che pensai nessuno avrebbe mai provato un'emozione simile. Non sapevo, allora, che tale passione è connaturata allo spirito umano e quando esplode è più forte della vita stessa, è più forte della morte.
Era una normale prova, ma interessava dal punto di vista tecnico perchè vincere a Le Mans significa affermare una volontà di lavoro, premiare un anno di fatiche, di esperienze, di studi; significa dare un senso al sacrificio di chi si è perso in questo tribolato cammino verso il progresso, alla luce pura di quel sole che si chiama Sport. Andai a Monza e mi tenni lontano dal box. Non volevo creare con la mia presenza imbarazzo negli uomini e nei piloti in particolare. Ho sempre avuto questo senso di attenzione nell'evitare uno stato di soggezione in chi deve invece agire in assoluta disinvolta libertà, senza sentirsi « guardato »,
Il ragazzo venne a salutarmi e mi mostrò il suo casco nuovo: lo aveva acquistato per il suo grande giorno, quello - mi disse - che stava coronando il suo sogno.
Lo salutai sorridendo e mi allontanai.
Passai l'intero pomeriggio con Marcello Sabbatini, che mi raccontava le sue recenti esperienze romane, ma seguivo da lontano le operazioni del box e quando, trascorso il momento di ogni passaggio, non udivo il suono del motore, inviavo Gozzi a prendere notizie.
Era sì una prova, ma troppo importante per noi e sapevo che se non avessimo potuto portarla a termine, se non avessimo potuto “vedere" la macchina durante le 24 ore, le conseguenze sarebbero potute diventare di estrema incertezza per gli interessi vitali che legano il risultato di Le Mans alle dimensioni di una Casa come la nostra.    .
Le ore scorrevano. Al box le operazioni di sempre: gomme, benzina, ammortizzatori, pastiglie dei freni, cambio di pilota e via ...
Venne la notizia che De Adamich girava benino; dopo poco udii la macchina ripartire e passare sei volte, poi silenzio.
In fondo al rettilineo, dopo la torre Fiat, prima della curva delle querce, un bagliore di tramonto d'estate in una malinconica primavera.
Seppi esattamente, dopo, che staccando per passare dalla quinta marcia in quarta, gli stop si erano accesi; sul terreno le nere pennellate di una frenata sbordante sul prato, poi nel bosco la fine.
Caro Bruno, sedendoti su quella macchina che aveva nutrito i sogni tuoi più belli della adolescenza, ti eri sentito felice, e così iniziasti l'ultima esaltante corsa al superamento umano. Il giorno in cui ci dovessimo convincere che questi supremi sacrifici hanno avuto per sola meta il progresso tecnico, quello sarebbe un triste giorno. Altri ideali illuminano e sorreggono la nostra vita, i nostri sforzi, i nostri slanci! La tua è stata una  felicità di allucinante brevità e noi ti ricorderemo come una pura e luminosa meteora. La legge della vita ci ha  insegnato. che noi dobbiamo pagare per ogni e qualsiasi conquista un esoso prezzo.
Bruno il destino ha preteso da te troppo e troppo presto !-

Enzo Ferrari