formula_769Il segreto dei piloti di Formula 1? Sta nel cervello. Lo rivela uno studio del dottorando Giorgio Bernardi, dell’unità operativa di Biochimica clinica del Dipartimento di Medicina di laboratorio e diagnostica molecolare dell’università di Pisa. (continua...)

Tramite l’utilizzo della risonanza magnetica funzionale presso la Fondazione Monasterio, Bernardi ha condotto una ricerca scientifica sui meccanismi cerebrali attraverso i quali i piloti di Formula 1 elaborano l’informazione visuo-motoria e li ha messi a confronto con quelli di soggetti comuni. Lo studio è stato condotto in collaborazione con il Dipartimento di Medicina interna dell’Azienda ospedaliero universitaria pisana e con Formula Medicine di Viareggio del dott. Riccardo Ceccarelli (medico della Lotus Renault GP). (continua...)

“Abbiamo simulato una griglia di partenza,” spiega il responsabile del Dipartimento, Pietro Pietrini, “e in presenza del semaforo rosso i piloti dovevano ripetutamente schiacciare un pulsante, così come in un altro test visuo-spaziale su oggetti in movimento chiedevamo altre sollecitazioni. E ciò che si evidenzia è come l’addestramento dei piloti fornisca risultati assai diversi rispetto a quelli dei soggetti normali. In questo modo per la prima volta è stato possibile misurare come diversi gruppi di neuroni parlano tra di loro. L’addestramento dei piloti, la loro abitudine ad elevate prestazioni, ha un effetto plastico sul cervello, lo modifica in qualche modo e ciò dimostra che proprio l’addestramento può risultare molto utile in caso di terapie riabilitative conseguenti a danni cerebrali.”

Non si tratta quindi (solo) di capacità innate, ma dell’addestramento e della costante sollecitazione a prestazioni di alto livello, che permettono di modellare il cervello dei campioni rendendo migliori le loro performance. In particolare, a cambiare è la qualità delle connessioni cerebrali nelle aree che controllano la visione e il movimento. Un risultato di grande interesse anche per la cura della gente comune, come commenta Pietrini: “Questi risultati hanno importanti implicazioni anche per lo sviluppo di strategie riabilitative in pazienti con ictus o altri danni cerebrali. Sotto il profilo medico questa ricerca ha dunque una grande rilevanza.”

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