Alain Prost, il Professore

Aneddoti, immagini, informazioni inerenti le vecchie stagioni

da 330tr » 24/02/2015, 22:08

...e con cotanto maestro non poteva che diventare un Supercampione!!

:bow-blue: :handgestures-thumbup:
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da 330tr » 14/06/2016, 14:33



:greetings-clapyellow: :greetings-clapyellow:
(ma lasciate parlare il maestro!!! :angry-cussingwhite: )
Credo che rispetto all'epoca McLaren sia umanamente crdsciuto tantissimo. Le difficoltà (e i fallimenti) come manager di un team l'hanno reso più "umano"; sono lontani i tempi di "padrone del mio destino".
Bravo Alain.
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da duvel » 14/06/2016, 17:36

Non ho mai letto "Padrone del mio destino" e non posso dire nulla a riguardo.
Io ho sempre considerato Prost un superpilota ma con tutto il rispetto possibile all'epoca tanto simpatico non mi era...atteggiamento da superiore, un "muovere i fili" dietro le quinte, la ricerca dell'appoggio "politico".
Beh, successivamente rileggendo la storia, conoscendo nuovi particolari e testimonianze, me ne son fatto un'idea molto diversa e umanamente l'ho molto rivalutato (per quanto possa contare la mia opinione...). Dovessi mai conoscerlo mi scuserei :oops:
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da 330tr » 14/06/2016, 18:25

1991, post Suzuka....
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da sundance76 » 01/03/2018, 21:32

"Nel Gran Premio di Francia '85, Piquet e la sua Brabham-Bmw furono i più forti; per quel che mi riguarda, ricordo di aver tentato, riuscendoci, di fare una manovra incredibile.
Sapevo che Keke Rosberg era più veloce di me in rettilineo, ma io ero più veloce in curva.
E lo sapeva anche lui.
Se ne stava dunque all'erta e io, per sorpassarlo, dovevo sorprenderlo nell'unico punto che lui non sospettava, cioè nella curva cosiddetta "esse della Vetreria": una curva molto pericolosa perché, affrontandola a più di 250 km/h, esiste per superarla una sola traiettoria, un'unica linea.
Proprio in quel punto, l'anno successivo, durante le prove private, De Angelis avrebbe trovato la morte.
Osservai Rosberg per parecchi giri e, essendo lui un pilota eccellente, notai che piazzava le sue ruote sempre nello stesso punto.
Non avrei avuto che una frazione di secondo per passare, o piuttosto per portarmi alla sua altezza affinché mi vedesse e fosse costretto a lasciarmi posto.
Feci esattamente così, e ancora oggi sono fiero di quel sorpasso che non aveva precedenti".
(Alain Prost, "Padrone del mio destino", edizione italiana "Il Castello" 1989)

"Chi cerca di conoscere il passato capirà sempre meglio degli altri il presente e il futuro, e non soltanto nel nostro piccolo mondo di effimere quanto amate frenesie corsaiole." G. C.

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da Baldi » 03/03/2018, 12:57

Bel sorpasso.

Ma soprattutto bella lotta, anche quando in gara c'era ancora Lauda.

Da dire però che, all'epoca, la scia creava un disturbo praticamente nullo in curva.
Prost riusciva a stare vicino a Rosberg anche nei curvoni, cosa che ormai è impossibile.
E questo indipendentemente dal fatto che avesse migliori prestazioni nel "lento"

Questo ha permesso di vedere una bella sfida.

Ormai da anni una simile superiorità nelle curve non può essere sfruttata in questo modo.

Bravo Prost!
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da groovestar » 06/03/2018, 10:45

Penso basterebbe abbassare il muso e limitare deviatori/diffusori.

I problemi sono nati dal 1996 in avanti, in precedenza si vedevano lotte serrate (e distacchi molto più netti)
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da sundance76 » 05/07/2019, 10:25

"Ho un vivo ricordo del Gran Premio d'Austria 1987. Per la prima e unica volta durante la mia carriera alla McLaren, dovetti battere i pugni sul tavolo, anzi sul volante! Ero proprio inviperito. La mia collera passò inosservata al pubblico, perché avevo il casco, ed ero legato nel mio abitacolo, ma esplose letteralmente nei ricevitori di Ron Dennis, degli ingegneri e di tutti i tecnici. Il sabato avevo chiesto delle regolazioni precise per il warm up della domenica mattina. Entrai quindi in pista fiducioso, e durante il mio primo giro, nel punto più veloce dell'Osterreichring, sul rettilineo prima della curva Bosch, la vettura cedette e si mise di traverso col muso di fronte al guard-rail, a più di trecento chilometri all'ora. Non so per quale miracolo riuscii a riprenderne il controllo prima che si sfasciasse contro la barriera: si rimise in linea e rientrai lentamente ai box. Me ne rendevo perfettamente conto: avrei potuto ammazzarmi. Dopo le mie urla ci fu un silenzio... di tomba".

(Alain Prost, "Padrone del mio destino", edizioni Il Castello 1989).

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da sundance76 » 08/07/2020, 9:10

30 anni fa esatti, Prost ottenne la sua 42ma vittoria in un Gran Premio.
Quella del GP di Francia fu anche la centesima vittoria della Ferrari.
Prost aveva vinto a inizio stagione in Brasile, poi tre gare negative fino al trionfo in Messico. Con la vittoria in Francia, ottenuta con un sorpasso a due giri dalla fine ai danni del sorpredente Ivan Capelli su Leyton House, Alain arrivò a 3 punti dal leader del mondiale Ayrton Senna. E nel GP successivo, Prost vinse ancora, andando al comando della classifica:
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da sundance76 » 09/03/2021, 16:15

Ovviamente si tratta di punti TOTALI, in ogni caso un bel ruolino di marcia rispetto ai pur quotati compagni di team.
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da sundance76 » 21/03/2021, 22:42

Interessante articolo di Enzo Russo su Rombo n. 46 del 1986 subito dopo la conquista del secondo titolo mondiale consecutivo di Alain.

"Per quanto sembri paradossale può accadere che un pilota si trovi in testa un casco iridato senza capire bene come ha fatto a procurarselo. E' accaduto nel ‘58 ad Hawthorn, nel '61 a Phil Hill, nell'82 a Rosberg, primi senza aver dominato la stagione, o addirittura per la tragica scomparsa di uno o più avversari.

Ma due volte no, non può capitare per caso: anche senza entrare in un'analisi pignola dei gran premi su
cui è stato costruito il titolo conquistato, bisogna riconoscere al vincitore qualcosa di più della sua buona sorte e del valore della vettura che ha guidato.

Questo qualcosa, che potremmo sbrigativamente definire talento, nessuno ora potrà fare a meno di riconoscerlo ad Alain Prost. Ma perché un pilota conta, agli occhi dei colleghi, del suo ambiente, della stampa e del pubblico, e un altro no? Perché, ad esempio, tanta sufficienza nei confronti di Watson, alla fine appiedato e pensionato all'unanimità, e tanta considerazione per Rosberg, definito funambolo, indomabile combattente e via lodando, se i due piloti hanno vinto cinque GP a testa? Che cosa, in definitiva, costituisce il carisma di un conduttore di F. 1?

Per prima cosa, è ovvio, le sue prestazioni. Vittorie e titoli mondiali sono i galloni del comando: Fangio, Stewart, Fittipaldi e Lauda lo hanno dimostrato. Ma ciò non è valso per Prost, che perdendo per mezzo punto, tre anni fa, il confronto con il compagno di squadra Lauda, suscitava spallucciate di compatimento e sorrisi distratti. E aveva al suo attivo già 16 vittorie...

La seconda cosa è una grande squadra: solo un grosso partito può esprimere un uomo ciò ricordiamo Riccardo Patrese che ha subìto la squalifica dopo l'incidente di Monza solo perché guidava un'Arrows. Chi avrebbe osato sfiorare un pilota Lotus, o Ferrari, o Brabham? Comunque, neanche questo caso può applicarsi a Prost, che da quando è approdato alla massima formula ha gareggiato solo per la McLaren e per la Renault, due colossi della politica sportiva.

La personalità, allora, l'intelligenza, la «testa». E qui è ben difficile giudicare. Moss, dicono, testa ne aveva poca, gli interessava «solo» correre e vincere. Clark parlava pochissimo ed era l'ombra di Chapman. Piquet,
quand'è ai box, organizza ed esercita scherzi micidiali e quand'è in pista sbaglia e si gira con allarmante frequenza. Eppure tutti e tre hanno goduto (e godono) di un grande prestigio.

E il piccolo Alain? A una presunta incapacità di correre con la testa è stata attribuita la fama di perdente e di sciupone di cui ha goduto, si fa per dire, in questi anni. Fama immeritata, se si pensa che ha esordito 105
gran premi fa in Argentina, su una McLaren, facendo meglio del compagno di squadra Watson sia in prova sia in gara e finendo sesto dopo una corsa perfetta; e se si pensa a come ha finito (per quest'anno, almeno)
dopo 105 gran premi in Australia, con una condotta magistrale, Argo dai cento occhi, uno alle gomme, uno ai consumi, uno ad ogni avversario...

Fra il primo e l'ultimo GP ha corso, ha vinto, ha perso e naturalmente ha sbagliato, ma non più degli altri. Solo che sempre i suoi errori hanno avuto una risonanza sempre negata alle sue imprese.

Un esempio per tutti è la stagione '84.

Lauda si gira e si ritira a Montecarlo, pedala per decine di giri all'Estoril prima di superare la Toleman di Johansson e poi si gira nel doppiaggio di Baldi. Inoltre sbaglia (per propria ammissione) la scelta delle gomme in un paio di gare. Ma nessuno sembra accorgersi di nulla.

Prost, al contrario, va in testacoda solo a Zeltweg, per l'olio in pista secondo alcuni, per l'uscita di una marcia secondo lui. Ma è un massacro, sulla stampa: è «il solito Prost» arruffone e maldestro, e sul podio fa
persine pena mentre Marlene Lauda gli concede un bacio di consolazione. L'eterno secondo conosce quel giorno la sua apoteosi (ma sarebbe meglio dire ipoteosi: il suo naso è più triste che mai).

No, non sono gli errori o le condotte di gara scellerate a determinare la credibilità di un pilota, né sicuramente la sua popolarità. Attacchiamoci allora all'ultimo appiglio: la fisicità, la presenza, cioè tutto quello che va da uno sguardo magnetico a una camminata maschia, da una dentatura lupesca a un
torace significativo.

Certo, di uomini irresistibili fra i ventuno campioni del mondo fin qui incoronati non ce ne sono tanti, né la lista si allarga frugando tra gli assi non titolati. Reutemann senz'altro, poi forse Ickx, il
primo Lauda e pochi altri.

Il piccolo Alain è decisamente bruttino, e nemmeno il suo look è migliorato con le vittorie e i miliardi. Che sia questa la chiave del suo insuccesso? Macché: fra le cronache rosa dei paddock c'è sempre lui. Si dice che
il divorzio di un collega dopo un paio di mesi di matrimonio sia colpa sua, e anche la separazione dalla Renault ha un'origine simile. Per non parlare dei concreti pettegolezzi che hanno legato il suo nome a quello di Stefania di Monaco, senza contare alcune storie minori, che le cronache non si attardano
a riportare. Se tutto ciò è vero, Prost il turbo non ce l'ha solo nel motore.

In definitiva, nessuna di queste ipotesi riesce a spiegare perché Naso Triste non ha convinto e soprattutto non è piaciuto in sette anni di F. 1. Nessuno dei motivi esaminati è convincente perché nessuno di essi è esatto.

In realtà Alain Prost ha pagato lo scotto di essere francese e di aver pilotato la prima macchina dotata di turbocompressore. I francesi in Europa non sono popolari: arroganza, sciovinismo, grandeur, provincialismo
sono luoghi comuni che trovano spesso conferma nella realtà. Chi ha conosciuto bene il Prost di qualche anno fa lo ha definito musone, brontolone, sospettoso, chiuso, anche un po’ meschino, diverso comunque
dall'uomo che è oggi, rasserenato dal successo più aperto e disponibile. Soprattutto un uomo che non deve più dimostrare niente a nessuno. A cominciare da sé stesso.

Quanto alla Renault, è necessario riconoscere il coraggio dimostrato inserendosi nella F. 1 con un motore rivoluzionario e la frustata tecnologica che questo ha dato all'ambiente e successivamente anche alla produzione di serie. Ma le monoposto bianco-gialle che si rompevano sempre o stracciavano gli avversari con cento cavalli in più costituivano uno spettacolo nuovo ed elettrizzante, ma non predicevano buona immagine.

Qualcosa di simile era accaduto anni prima, con l'arrivo in forze della Ford sulle piste europee: grande marchio, grande organizzazione, grandi cilindrate. Ammirazione, rispetto, sì, ma simpatia poca. La Ford però aveva allora avversari meno agguerriti e soprattutto meno ricchi, mentre la Renault stentava ad affermarsi.

Così, quando le vetture francesi vincevano, il merito era ovvio: la potenza e solo la potenza.
Briciole ai piloti, anche se avevano lottato con un peso maggiore, una risposta ancora lenta, l'incubo della rottura meccanica, l'inguidabilità sul bagnato e nelle curve lente. E quando perdevano era perché i piloti
non avevano saputo sfruttarne la superiorità.

Così è nata l'indifferenza per le vittorie che Alain Prost cominciava ad accumulare. Valevano poco, mentre valeva moltissimo il secondo posto di Villeneuve a Digione, dopo una breve, epica battaglia. Perché, al di
là della popolarità immensa del piccolo canadese, quello scontro era l'allegoria di Davide che col coraggio balle la forza bruta di Golia.

E ricordate i fischi di Monza nell'anno in cui la Renault ingaggiò un paio di gorilla per «proteggere» il suo pilota? Prost era solo il parafulmine, ma tutti i fulmini diretti contro la Renault, i francesi, i nemici della Ferrari, il turbocompressore e chissà cos'altro, si conficcava su di lui. Poi, si sa, quando un
attore sfonda con un personaggio, la parte gli resta addosso per tutta la vita: Bogart il duro, anche se i biografi lo descrivono fragile e timoroso; Lauda il computer, anche se sbaglia e brucia al Nuerburgring; Prost il perdente, anche se...

Oggi, con il suo secondo titolo mondiale, tutto questo dovrebbe essere finito e forse all'apertura della prossima stagione scopriremo un naso meno triste di quello che ricordavamo.

Oggi anche i più distratti meditano sul bottino imponente raccolto da Prost in sette anni di F.1: 16 pole positions, 25 vittorie, 18 giri più veloci, 359.5 punti, 60 volte arrivato al traguardo tra i primi sei e si queste
48 sul podio: non c'è pilota che non sia stato innaffiato dal suo champagne.

Questi sono i numeri, che nel corso dell'attuale stagione hanno acquisito una consistenza minacciosa. Ma dietro i numeri, proprio quest'anno ha cominciato a far capolino un uomo abbastanza diverso dallo stereotipo fin troppo noto. La sua sicurezza delle ultime fasi del campionato, che non era spocchia, ma piuttosto allegra serenità e persine un certo distacco («Comunque finisca, mi aspettano tre mesi di vacanza»). E poi la rabbia di Hockenheim, con quella spinte prolungata, inutile e vietala dai regolamenti,
e la commozione dopo il traguardo del GP d'Australia, corso negli ultimi giri con uno spirito («al diavolo il computer») davvero inconsueto per lui. E, tra le noie amare, le reiterate, quasi comiche sfortune
di Monza: fermo al via, poi squalificato e contemporaneamente ritirato col motore rotto; soprattutto la scomparsa del fratello, legato a lui come solo certe persone ammalate e condannate possono legarsi.
Basta così.

Abbiamo un campione che nessuno può più fare a meno di stimare, almeno come pilota. Forse gli farebbe piacere sentirsi un po’ più amato dal suo pubblico e da quello degli altri paesi, anche se dicono
che ai grossi divi della Formula Uno importa poco l'affetto del pubblico e qualche volta ne sono persine infastiditi. Lo dicono in tanti e probabilmente è vero. Ma io non ci credo".
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da sundance76 » 20/09/2021, 10:28

Intervista di Oscar Orefici:
"Chi cerca di conoscere il passato capirà sempre meglio degli altri il presente e il futuro, e non soltanto nel nostro piccolo mondo di effimere quanto amate frenesie corsaiole." G. C.

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