da sundance76 » 24/02/2026, 22:09
QUANDO GLI ANGELI DELLA PISTA NON AVEVANO LE ALI
di Franco Lini
“C’è una domanda che mi sono sentito ripetere tante volte: “Come va la mia macchina?”. E che mi era rivolta da parecchi dei tecnici delle squadre maggiori, alla fine delle prove di tantissime corse degli anni Cinquanta e Sessanta. Una domanda seria e obbligata, perché il tecnico che doveva cercare la messa a punto migliore per un determinato circuito aveva pochissimi elementi su cui basare le sue deduzioni e decisioni. A fornirgli questi elementi era il pilota, che dopo alcuni giri, riversava sul tecnico le sue impressioni, quello che lui avvertiva e che a suo parere andava migliorato oppure era soddisfacente. Cosicché il tecnico che, obbligato a starsene ai box, non poteva mai vedere la macchina in azione, chiedeva lumi anche ad altri, a chi egli considerava abbastanza attento, competente e attendibile, in grado di fornirgli ulteriori informazioni, aiutandolo a trovare le soluzioni ottimali.
Le macchine del dopoguerra, innanzitutto, avevano minori sofisticazioni di quelle attuali. L’aerodinamica, intesa come la si intende oggi, era un elemento quasi sconosciuto. Le loro forme erano scelte soprattutto in funzione della minima sezione maestra possibile, ma ad occhio, secondo gli estri del disegnatore. Al più, si ricorreva a carrozzerie più avvolgenti per l’impiego sui circuiti veloci. Esempi tipici di questa filosofia sono state le Mercedes degli anni ’54-’55, quelle a “sigaro” per i tracciati lenti e quelle “carenate” per i veloci.
Di aderenza e tenuta di strada favorita dalle forme si parlava poco, anche perché fino agli anni Sessanta l’elemento preponderante era il motore. E sui motori si facevano in continuazione progressi spettacolari, di una decina di cavalli alla volta. La potenza era l’elemento di maggior peso.
Sui motori si operava, di volta in volta, sempre sulla base delle richieste del pilota, con variazioni della carburazione e dei condotti di aspirazione. Ugelli di alimentazione di diametro differente, trombette di aspirazione corte o lunghe, a seconda di quello che il pilota richiedeva, carburazione più grassa o più magra, a regimi bassi o alti. Si andava, in poche parole, “a naso”, qualche volta letteralmente, perché non era raro vedere lo specialista della carburazione annusare le candele dopo una serie di giri di prova. Oggi i motori sono praticamente regolati al banco, con le mappature elettroniche di iniezione e accensione, e gli interventi manuali sono scomparsi; al più si immette nella centrale di controllo una nuova “scheda” di programmazione, come si opera su un calcolatore.
Per il resto, e sempre a seconda delle richieste dei piloti, la macchina era regolata in modo empirico, lavorando soprattutto su ammortizzatori e molle, sulle barre di torsione, elemento principe dei conciliaboli tra pilota e tecnico. “Dammi una tacca in più (o in meno)”, oppure “metti una barra più dura (o più tenera)” erano le frasi che sentivo ripetere più sovente. Si lavorava sugli angoli di incidenza delle ruote, e il “camber” era l’altro elemento principale su cui operare. Il tutto, ovviamente, in funzione dei gusti personali del pilota, dello stile di guida di ognuno.
Il caso limite era quello della Lotus del 1967, che aveva piloti come Jimmy Clark e Graham Hill. Clark voleva una macchina il più possibile neutra, al massimo con leggero sottosterzo; Hill la pretendeva con molto sovrasterzo, per poterla guidare secondo il suo stile, facendo scivolare il treno posteriore verso l’esterno. Ed era la stessa macchina!
Ma a quei tempi si era già arrivati a qualche raffinatezza anche sulle sospensioni, altro elemento che negli anni dell’immediato dopoguerra era trascurabile. D’altra parte l’esigenza di avere sospensioni con cinematismi capaci di assicurare la massima stabilità verticale possibile (quindi la massima aderenza della fascia battistrada sul terreno), è stata avvertita soltanto a metà degli anni Sessanta, quando le gomme si sono allargate, diminuendo di diametro, e uno degli elementi principali delle prestazioni era diventata la velocità di percorrenza delle curve, non la velocità massima favorita dalla potenza. Un elemento che i costruttori inglesi hanno sfruttato per primi, data la carenza di potenza dei loro motori. È lo stesso elemento che ha portato alle macchine con il motore dietro al pilota, la grande trovata di John Cooper che ha fatto scuola.
Anche le gomme, oggi sofisticatissime con grande varietà di mescole, costituivano una componente poco variabile, soltanto con diversi disegni di scolpitura (non c’erano le gomme lisce) marca per marca. Al più ogni pilota sceglieva pressioni di gonfiaggio differenti, sempre a seconda delle proprie preferenze e del proprio stile di guida. E accadeva spesso che, nonostante macroscopiche differenze tra macchine della stessa squadra, nelle prestazioni su un giro vi fossero pochissime differenze: l’uomo, in ultima analisi, contava dunque di più.
E alla fine era la intesa-complicità tra pilota e tecnico, a fare in modo che la messa a punto della macchina fosse la migliore possibile dati gli elementi a disposizione. Il caso di quasi perfetta simbiosi tra pilota e tecnico, che ha dato anche i migliori risultati, l’hanno offerto il binomio Chapman-Clark. Senza computers, senza galleria del vento, senza telemetria ed elettronica".
(Franco Lini, Quattroruote, agosto 1990)
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"Chi cerca di conoscere il passato capirà sempre meglio degli altri il presente e il futuro, e non soltanto nel nostro piccolo mondo di effimere quanto amate frenesie corsaiole." G. C.
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